lunedì 20 febbraio 2012

Cloud


Le mie schegge hanno un nome.
Le mie mani raccontano di me, i calli sono la ruvida risposta ai legni che lavoro. È una questione di principio, quasi a voler dire che sono più dure loro, del più duro del legno.
Le mie schegge hanno nome, cognome, facce e identità, e per qualcuna conservo anche un indirizzo.
Indice sinistro: rovere, signora Tamanti, via Tigrè 15, 5° piano. una porta scorrevole.
Pollice sinistro: noce tanganica, Giglioli, via Tripolitania 136, forse 4° piano, una mensola.
Medio destro: wengè, il più stronzo dei legni, Ingelido, via Tripolitania 243, 2° piano, una porta scorrevole.
Mignolo destro: mogano, convento a viale delle Province, un palco.
I clienti dicono di me che sono " veramente una brava persona, un bravissimo ragazzo, sempre disponibile ed educato".
Già. Per carità, fa piacere.
La realtà è che sono un assassino. Ho ucciso innumerevoli volte, con un sorriso, la loro arroganza, la loro maleducazione, la loro presunzione, la loro prepotenza e quanto di più vile ho letto spesso tra i loro modi di esprimersi ed il linguaggio del loro corpo.
Poi la scheggia se ne va e con lei il ricordo del proprietario, e rimane la cicatrice in memoria del lavoro.
Non faccio distinzioni tra clienti buoni o cattivi. Ma di clienti buoni ce ne sono pochi.
Nella mia vita ho sempre sentito il bisogno di avere un senso d'arte in quello che facevo, in ogni mio lavoro. Anche il più apparentemente stupido, lo accompagnavo con questo pensiero, con questo obiettivo.
Mi ci aggrappavo, con tutto me stesso, più che un bisogno una necessità, non ne potevo fare a meno.
È una chiave di lettura, un modo d'essere, mi spinge in alto, mi fa volare libero, leggero.
Trovo l'arte in diverse cose, è un attitudine, con il tempo scopri di esserne circondato, e se metti le lenti giuste la trovi ovunque. 
Non è una canzone, né un dipinto, né una scultura, né una poesia, non solo. È celata sotto la superficie di ogni cosa, ed ha un anima libera solo per chi riesce a scoprirla, ha occhi per chi sa osservare, ed udito per chi è più disposto ad ascoltare che a dire.
Credere è arte. Il coraggio è un arte. La rivoluzione è arte, il sesso, il libero pensiero, il viaggio, l'avanguardia, l'amore è un arte.
Sorridere è un arte, ma anche saper piangere è un arte. La vita è arte, ma viverla nel suo pieno rispetto è la più nobile delle arti.
Non ho ancora ben capito il mio scopo qui, ma star bene mi basta, per ora.
Le mie schegge hanno un nome, e per quanto possano sembrare intrusi nelle mie mani senza pagare affitto, le lascio stare, tanto, prima o poi, trovano sempre la strada per andar via, da sole.

martedì 3 gennaio 2012

Sometimes


Mancavano pochi minuti a mezzanotte.
Tutta la gente andava in direzione opposta alla nostra, solo noi quattro camminavamo per le vie silenziose della città verso il mare.
Era passato un altro anno, come fosse vento, come fosse un attimo.
Barcellona è una luna piena, luminosa, circondata dal cielo scuro.
Una città di contrasti.
Svegliarsi la mattina, prendere un caffè in uno dei bar del centro, percorrere la rambla e bere un succo di frutta esotico del mercato, passare davanti agli artisti di strada e alle vetrine colorate, e poi su, fino al Parc Guell, fino a vederla dall'alto, ascoltando la musica di chi ti regala un sorriso per qualche minuto.
Ma come in una rappresentazione di Gaudì c'è molto di più, molti più colori, molte più sfumature.
Riscendere giù verso sera, quando il sole riflette la sua luce rossa tra i palazzi, un "no grazie" agli indiani che ti vendono 6 lattine di Estrella a 6€, aspettare di attraversare all'incrocio guardando i taxi che sfrecciano con la loro lucina verde di libero, lasciarsi passare dalla gente a piedi, con gli skate, con la bici o con i pattini e perdersi nei vicoli scuri della città, con i panni stesi, con i mercatini del non uso più, con le cassette di frutta ammucchiata, gli angoli pieni di consumazioni, qualche pusher vagante, e di colpo di nuovo in una piazzetta, con una chiesa, tavolini all'aperto e gente che consuma seduta o in piedi, una musica lontana di una chitarra acustica, il sorriso di una ragazza che dice hola, qualche giovane che ti invita in un locale, in un ristorante, in un pub, prevendite con ogni omaggio, l'odore di cucinato ed il fumo dalle cappe, luci colorate e qualche ragazzo che piscia negli angoli morti dei palazzi, sorrisi ed esclamazioni, quasi a fregarsene del mondo che va a rotoli, della crisi, di quanto questa vita a volte sarebbe da prendere a calci.
E alla fine, dopo l'ultimo incrocio, il mare.
Sedersi su una panchina spalle alla città, ed ascoltare.
Dietro la vita che freme e non ti aspetta, davanti il suono costante delle onde che arrivano chissà da dove.
Ed è strano ma per quanto possa sembrar frenetica, ti calma sempre.
Ma si, con una sigaretta in mano e qualche battuta scoliamo le nostre birre e salutiamo l'anno passato.
A volte, il rigurgito del dissenso trova spazio silenzioso tra le note musicali dei miei passi.
A volte sembra quasi sparire.
Questa è la mia Barcellona, la mia luna piena.



domenica 11 dicembre 2011

Silent horizon


Quando entrai in acqua accarezzai la sua superficie con le mani, e mi lasciai trasportare dal suo moto.
Chiusi gli occhi e sincronizzai il mio respiro con il suo.
Il suono delle sue onde riecheggiava tra i rumori dei miei stati, ed il vento soffiò via i fogli dei miei pensieri.
Diventai parte della sua armonia.
Quello che avevo tra le mani, in quel preciso istante, era la completa e piena coscienza di me stesso, come persona, come uomo.
Trattenni il fiato e la lasciai vivere dentro di me.
Quando ripresi a respirare tornammo liberi insieme, nell'aria, e mentre mi nutrivo del suo naturale equilibrio mi lasciai travolgere dalla sua pace immensa.
E dalla mia.

lunedì 5 dicembre 2011

Black Pool Match - #3



È tutta una questione di scie. Ognuno di noi lo è.
Ognuno di noi traccia un percorso, e ne lascia una scia al passaggio. Alcuni di noi hanno una scia luminosa e breve, passano in fretta e lasciano poco tempo per la messa a fuoco.
Altri passano più lentamente, seppur la scia sia meno luminosa e brillante rimane costante nel suo tempo e si dissolve più lentamente.
E poi ci sono scie, quelle scie, che rimangono brillanti per tutto il loro lento passaggio, offuscando le altre.
Non c’è una messa a fuoco giusta, non c’è una scia migliore di altre, quello che fa la differenza è solo la nostra messa a fuoco, quello che si vuole trasmettere, quello che si vuole evidenziare, quello che si vuole dire.
Lei era una di quelle scie e questo  Press lo sapeva. Sapeva che se si fosse soffermato su quella scia avrebbe automaticamente perso tutte le altre. Ma ormai aveva deciso e solo lei valeva più di tutte le altre scie. Quella era la foto giusta per lui, la giusta messa a fuoco, l’inquadratura giusta tra altre mille.
Il pensiero gli lacerava il cervello.
Finì la sua birra e mise il suo live preferito dalla prima traccia. Echoes suonava dolcemente tra le mura del suo soggiorno lievemente illuminato. Mise una mano in tasca e tirò fuori il suo morbido pacchetto di sigarette. Infilò il dito, niente, neanche una, finite.
Infilò la mano nella tasca del giubbotto di pelle, vuota.
Cercò nel cassetto della libreria, nulla.
Infine controllò sul tavolo, nel vassoio grande vicino ai piatti del giorno prima: bollette, multe, vari memo, un paio di accendini, bracciali, anelli, una foto, uno scontrino del Burger King, le chiavi di casa, una prevendita con omaggio del Black Pool, 3 dollari e 75 cent, un plettro, una chiave sfusa, un barattolo di aspirine, una caramella al mirtillo, due gettoni per il telefono, il numero del pronto taxi, le chiavi dell’auto, un buono carburante.
Niente sigarette.
Prese la foto di Mary dal vassoio, si diresse in cucina e girò le dita nel posacenere pieno in cerca di un mozzicone lasciato a metà. Raddrizzò la cicca con le dita e diede fuoco.
Dopo un paio di avidi tiri il mozzicone finì, e diventò rovente tra le dita.
Aprì il frigo e prese un’altra birra. Tagliò un pezzo di stagnola dal cassetto della cucina e si mise sul divano.
Dal giubbotto di pelle tirò fuori la sua pipa di vetro, la pulì con un pezzo di fil di ferro che aveva sul tavolino davanti al divano. Poi dal portafogli prese un incarto di cellophane che conteneva una pallina d’oppio, la mise sul foglio di stagnola e diede fuoco. Non appena la pallina si riscaldò iniziò ad emettere un denso fumo bianco, Press mise la pipa in bocca e tirò più volte fino a far arrivare il fumo nei polmoni. Lo trattene a lungo e lo sputò fuori lentamente. Lasciò tutto sul tavolino e si sdraiò sul divano, con la foto di Mary tra le dita. Chiuse gli occhi e si lasciò andare tra i riff elettrici della sua band.
Il suo cervello lo portò nel mezzo di un’autostrada. La pioggia scendeva velocemente ed i lampioni illuminavano appena le carreggiate con un lieve cono di luce ambrata.
Era solo, nel mezzo della linea tratteggiata. Le macchine sfrecciavano veloci ed i suoni dei clacson sparivano in un attimo tra mille echi.
L’acqua scendeva sopra la sua testa, lungo il suo giubbotto di pelle, fino alle dita delle sue mani. Nella destra teneva stretta la sua 38, con un solo colpo, perché non aveva bisogno di altro. Un colpo, un solo colpo, e avrebbe messo fine a tutti i suoi pensieri. Un solo colpo e sarebbe stato finalmente libero, un solo colpo e avrebbe ricominciato a respirare. Un solo colpo per sotterrare tutti i suoi problemi, un solo colpo per la sua più grande ossessione.
Nox gliel’ aveva portata via.
Se non poteva essere sua, non doveva essere di nessun’altro.
Un solo colpo, per Mary.

giovedì 1 dicembre 2011

Money


C'erano da montare 34 porte in un giorno, complete di mostre e ferramenta.
Partimmo la mattina presto in tre, alle 8 già avevamo i ferri in mano, ce ne andammo alle 8 di sera.
Il giorno dopo tornai da solo per finire.
La mia attrezzatura: cassetta degli attrezzi, cassetta delle viti, avvitatore berner con mandrino da 14, avvitatorino berner, trapano makita, tassellatore makita, seghetto alternativo makita, multifunzione berner, circolare da banco, troncatrice bosch, zeppe e spessori, prolunghe, silicone a profusione.
Con tutto quello che ho potrei scatenare una guerra, e se mi fermano con il mio coltellino da funghi capace che rompono il cazzo.
Iniziai a lavorare di mattina presto, una pausa caffè intorno alle 10 e poi giù di continuo.
In lontananza si avvicinò un operaio con un caffè in mano.
"Tieni"
"Grazie amico, ma che ore sono"
"Le 2, non mangi?"
"No" gli faccio "ormai no, prendo il caffè e mi fumo una sigaretta, non voglio andare via tardi come ieri...Tu da dove vieni"
"Romania" mi risponde con tono basso
"Romania dove"
"Sibiu"
"Sono stato in Romania diversi mesi, per lavoro. Ti manca il tuo paese?"
"Si guadagna troppo poco, 300, 500"
"Dai vieni fuori, fumiamo una sigaretta seduti"
"No, non c'è tempo"
Tornò a lavorare subito, mentre io mi presi un minuto su una sedia di fuori.
Misi Money in sottofondo dallo stereo della macchina, e accesi la mia sigaretta.
Era una bellissima giornata, cielo sereno, glia alberi erano immobili, non tirava un filo di vento, si stava in felpa.
Davanti a me passò una giovane mamma con la bambina a seguito. Portava un passeggino e dentro c'era una cartella, la figlia camminava vicino a lei con una stella di natale tra le mani.
La donna mentre passò mi diede uno sguardo e sorrise, io contraccambiai.
Mentre andavano via osservai l'allegro camminare della bambina, tutta presa da quella stella fatta in classe.
Pensai alla favolosa scopata della notte prima, ai suoi seni duri e ai suoi sospiri, a quei ricci che toccavano il mio viso, alle contrazioni del suo stomaco sotto le mie mani, ai suoi occhi sbarrati che mi fissavano per poi richiudersi piano, alla sua schiena nuda.
Il sole stava tramontando ed io avevo ancora tanto lavoro da fare.
Come passano in fretta le giornate.

domenica 9 ottobre 2011

Mine






Ti sento, nell'aria densa di fumo.
Ti vedo, nella polvere alzata dai miei passi.
Sarei vento a muoverti se fossi duna,
sarei edera a coprirti se fossi muro,
sarei eco a dissolvere se fossi suono
e lentamente sbiadiresti se fossi dipinto a terra sotto le mie gocce.
Questo sono io e questo lo so solo io.
Nell'espressione del tuo minimo, ho impiegato il massimo del mio carico.
E tu?

mercoledì 31 agosto 2011

Drive

Quando il disco rosso scese sotto l'orizzonte dalla spiaggia si levò un applauso, tutti i presenti, chi ai tavolini, chi sui teli, chi al bancone, chi intorno al chiosco, chi sulla sabbia, nessun escluso, aspettavano quel preciso istante da minuti, con lo sguardo fisso in quel punto lontano, quando solo per pochi istanti durante il giorno la stella a noi più vicina si lascia ammirare nei suoi ultimi riflessi per concedere al buio il suo spazio ancora una volta. Il nostro era un ringraziamento, il sole faceva quel lavoro da oltre 4 miliardi di anni senza un giorno di riposo, e lo faceva ancora da dio. Mentre una parte di me era seduta a godersi lo spettacolo con una birra in mano, l'altra metà correva verso l'ultimo spicchio di luce, correva con tutta l'energia in corpo, allungando l'indice della mano fino a sfiorare quell'intenso calore rosso, ma mai abbastanza veloce, mai abbastanza vicino, da poterla toccare.
E' finito un altro giorno, come ieri, come domani.
C'era un'atmosfera così serena nell'aria, le persone sorridevano, condividevano, due bambini tiravano la sabbia in aria, non appena la manciata perdeva spunto la gravità vinceva e disperdeva i granelli nell'aria, che passavano da insieme a singoli verso terra, regalandogli un sorriso.
Sorridevo anch'io, ma non ero sereno, uno strano senso d'angoscia mi prendeva allo stomaco, di difficile lettura, che tentavo di mandar giù con la mia birra gelida.
Ma una parte di me lo sapeva, smise di correre e si voltò, verso di me, sorridendo.
Ed io contraccambiai.
L'ultima diffusa di luce tinse l'orizzonte di viola, lasciando il palco alle prime stelle.
L'intermittenza della loro luce è direttamente proporzionale alla loro distanza, così mi dissero in quinto liceo.
Si alzò un vento tiepido e sulle note di una canzone dei R.E.M. mi incamminai verso la macchina.
Quando girai il quadro i numeri sul contachilometri mi riportarono ad un giorno d'estate passato lassù, tra i miei sentieri, con un amico, a cogliere i migliori frutti di quella terra per farne un liquore.
La libertà, seduto su quelle creste a vivere il tempo.
Magari un domani apriremo una nostra bottiglia vecchia di anni, e nel riassaporare quei profumi rideremo, scoprendoci immutati, magari.
Ma i giorni passano, ed ogni giorno corro verso il sole che arriva sempre un attimo prima, per quanto veloce sia, non lo sono mai abbastanza, ed io sorrido.
E adesso corri, corri ancora, figlio di puttana, corri.
E la libertà, dov'è.


domenica 10 luglio 2011

Buena vista asocial club


Odio la domenica, l'ho sempre odiata.
Ogni domenica è diversa ma sempre uguale nella sostanza.
E' una donna che ti gira intorno ma alla fine non te la da, non te la vuole dare.
Il venerdì sera parti sempre con il piede giusto, lei ammicca e pensi di farcela.
Il sabato ti senti un leone e già te la immagini, la sera pensi a come fartela, a come venire e già ti senti sudato.
Fantastica, che fantastica serata, che fantastica bevuta, che sbronza fantastica, che fantastica scopata.
Un mare di gente si è riversato al chiosco di Ponte Tazio come un'onda anomala.
Io sono nato a pochi passi da quì, nel cuore di Montesacro.
Mi ricordo che il chiosco c'è sempre stato, così come l'orologiaio, ma non era aperto di sera, e serviva solo caffè, peroncini e prosecco di bassa qualità.
All'epoca non bevevo nulla di tutto ciò, non arrivavo neanche al bancone, passavo ai giardinetti e mangiavo mille lire di pizza bianca.
Giudicavo le persone dal culo, era la prima cosa che osservavo, anche perchè stava ad altezza giusta.
Oggi che sono passati diversi anni, con qualche pelo in più e diversi cm in più, continuo a vedere più culi che facce in giro, è una questione di attitudine ma è anche il mondo ad essere cambiato, noi compresi, diamo molto di più le spalle a molte persone in più di prima.
Siamo seduti vicino dei tavolini all' aperto e beviamo tutti qualcosa, tutti hanno qualcosa da dire e da mostrare.
Più birre che altro, c'è chi preferisce un bicchiere di vino bianco, c'è chi si sposta sul mojito, forse per fare prima, c'è anche qualche puritano in giro che resiste bevendo coca cola.
La birra è una scelta anche etica, non posso attaccarmi al vino da subito e sperare che il mio buon senso del costume prevalga nelle conversazioni sui fumi dell'alcol che già hanno infestato il mio sangue, mettendo in moto piccoli omini arancioni armati di trapani battenti e martelli pneumatici che mi pizzicano il cervello.
Vada così per la birra, mi consente una lettura più veloce e scorrevole, ma stasera non ho voglia di leggere, scelgo una via più vanitosa e colgo i lati positivi dei passanti.
E' più facile scoprire una bugia sul culo di una persona che sul suo viso, anche perchè i bugiardi aumentano in modo esponenziale e diventano sempre più abili, a volte è difficile essere obiettivi.
La sirena di un'ambulanza passa veloce e mette un attimo in pausa questa confezione di tempo libero a portar via.
Vedo un sacco di sorrisi e di risate in uno scambio equo di tempo al rallentatore, sembra un'atmosfera piacevole, un attimo prima ero nel vivo di una conversazione, un attimo dopo faccio da spettatore e mi giro intorno a cercare con lo sguardo le migliori fotografie di ogni istante. Bicchieri pieni che tornano vuoti per essere riempiti di nuovo, prevendite e biglietti d'entrata in locali con open bar, omaggi e scontrini che si bagnano sotto le consumazioni, posacenere che traboccano, ciotoline piene di noccioline ed olive verdi, cellulari di ogni tipo che ricevono messaggi di ogni tipo, chiavi di casa, della macchina, del garage, del portone d'entrata, di quello dell'atrio, di quello d'uscita, della cassetta postale, della cantina, del lucchetto, del motorino...più passa il tempo più aumenta il numero di chiavi nel mazzo, più aumenta il mazzo che ci facciamo per averne sempre di più. Più passa il tempo, più porte ci sono tra noi e gli altri, più ci chiudiamo dentro, più diventa difficile uscire fuori. Sempre più cose, sempre più barriere, sempre meno verità.
Un attimo prima sorrido, un attimo dopo divento serio, un attimo prima dico stronzate, un attimo dopo penso e mi isolo, un attimo prima sono presente e sereno, l'attimo dopo sono depresso. I tempi si accorciano, gli intervalli diminuiscono, si corre sempre più veloce.
Al rosso si tiene la prima, al verde si lascia la frizione e si scappa. Le persone sono sempre di più e vanno sempre più svelte in spazi sempre più stretti.
Scivola tutto via ben impacchettato in confezioni di spazio di plastica in monodose.
Per un attimo mi sento soffocare, ma un attimo dopo mi piace, mi alzo in piedi di botto e me la prendo con uno in mezzo al branco, lo indico ed urlo
"Tu! si tu, figlio di puttana, proprio tu...ora vengo lì a darti fuoco e sulla brace delle tue ossa mi cucinerò il tuo cuore, bastardo. E poi mangerò anche voi, tutti voi, cani bastardi."
Intorno a me ci sono solo batterie e chitarre elettriche che suonano da sole, e la gente scappa, di corsa, perchè c'è un pazzo in piazza, un pazzo omicida.
Mi viene sul viso uno strano sorriso e la ragazza che mi sta accanto mi chiede che ho da ridere, da solo tra l'altro.
Poi una commessa del chiosco mi chiede se può portare via il mio bicchiere vuoto, per riempirlo di nuovo, la vita torna in play con tutta la sua normalità, in un attimo, e torno sulla terra, un attimo dopo.
Inizio a digerire le birre che bevo, mi sento un po' in affanno, sudo, sento un caldo pazzesco, la testa diventa pesante ed i sbalzi di umore iniziano ad allinearsi sul cupo, ho sempre meno interesse ad ascoltare quello che si dice e sempre meno a dire la mia, un impulso raggiunge lentamente la mia testa e mi suggerisce che questo venerdì sera può finire quì.
Mi avvio verso casa, la serata mi ha soddisfatto, molti amici, qualche stronzata, qualche progetto per domani che è già sabato, ma io vorrei tanto che il tempo si fermasse per un po' stasera, ad osservare ancora un attimo la mia città in fermento per la settimana che non fa in tempo a finire che già rinizia, in un attimo.
La mia Roma sempre tutta di corsa, piena di semafori e di bar, con i caffè al vetro ed i volantini sulle auto, con le fontanelle otturate, con i marciapiedi stretti, piena di taxi bianchi, con i sanpietrini, con lo ztl, con le fontane più belle del mondo, le chiese più belle del mondo, i musei più belli del mondo, i resti più belli del mondo, con la vita bella e il caro vita, con tanta gente che non si conosce e sta insieme uguale, con il suo raccordo sempre pieno, soprattutto la domenica sera.
Già, il rientro, il fine settimana, maledetta afosa domenica.
Rientro a casa e mi fumo un sigaro in balcone, la luna è bassa e tende al rossastro.
Ma si andiamo a dormire, tanto domani è sabato.

lunedì 13 giugno 2011

Monologo al di sopra dei massimi sistemi



Quando entrai in casa c’era un silenzio appena smosso dal brusio dei pochi presenti alla cena.
La casa era accogliente e aveva un giardino, Giulia aveva sistemato fuori dei tavolini ed un gazebo, vicino il barbecue.
Le do il vino e le consiglio di metterlo in frigo, lei ringrazia e mi invita a raggiungere gli altri fuori.
Ci sono degli ulivi, ed i fiori intorno alle siepi di alloro sono molto curati, l’erba è tagliata molto corta, stile inglese e ci sono molti gerani. C’è anche una pianta di rosmarino, amo il rosmarino.
Mentre mi presento, scordando di colpo il nome di chi ho davanti ogni volta, vengo rapito da una figura femminile, che in realtà è un uomo, per la scelta forzata delle sue scarpe rosse, che sono la ciliegina del suo abbigliamento.
Ad occhio e croce siamo una dozzina.
Ci sono diverse donne, che in realtà sono uomini, e diversi uomini, che in realtà sono donne, gli unici ad essere quello che abbiamo in mezzo alle gambe siamo io e la mia amica, che è un’amica della padrona di casa, il che spiega la mia presenza alla cena di compleanno di Giulia.
Ci servono da bere, l’uomo (donna) di Giulia fa da maggiordomo(a), scelgo del vino bianco, lo accompagno con delle bruschette al pomodoro, troppo aglio (odio l’aglio, forse è l’unica cosa che non mangio).
Iniziano le domande.
“A Roberto piace fare le fotografie”  la gente spesso ha questo modo elegante di denigrare quello che fai che loro non fanno, spesso perché non sanno fare.
“Ah, ma che bravo” dice uno/a
“Lo dici sulla fiducia o hai visto qualche foto?” rispondo,
“No vabbè, è perché la fotografia è una bella cosa, non da tutti”
“Anche sterminare ebrei non è da tutti, non per questo credo che Hitler sia stato bravo, almeno da un punto di vista etico, ma grazie per la fiducia” sorrido, mi accorgo a fine frase di essere stato un po’ drastico, ma lei la prende bene.
“Cosa ti piace fotografare?” dice un altro,
“Difficile a dirsi sai, potrei fare la figura del filosofo che non sono ma se vuoi una risposta sincera te lo dico. Ricerco la verità, provando a renderle il massimo dell’ estetica. La verità è nell’arte e nella bellezza e spesso le trovo entrambe nella natura.”
“Che bello, bravo, adoro i paesaggi!” (non ha capito)
L’intervista continua, e cercando di non essere scortese continuo a rispondere, ma prima che mi annoi trovo una via d’uscita nell’osservare le manie dei presenti.
Non è che sia scortese o presuntuoso, è questa voglia di apparire interessati e amichevoli a tutti i costi che mi abbrutisce un po’, come a volermi far sentire a mio agio per forza, cosa assolutamente possibile con un po’ di silenzio, comunque…
Il tipo/a accanto a me ha l’ossessione delle mani, tra una domanda ed una risposta se le guarda di continuo, passa le dita sulle pellicine, controlla lo smalto, si assicura che siano come vuole.
Più giù, un altro/a si aggiusta di continuo i pantaloni, ha le gambe accavallate e controlla che il risvolto non si incastri sulle scarpe (lucidate a dovere), con le mani afferra un lato dei pantaloni per far scendere a dovere la stiratura sul cuoio nero.
Ma è il terzo personaggio su cui mi concentro di più.
Ha una camicia, i primi due bottoni sono slacciati per far notare il suo ciondolo.
Una collana d’argento, molto bella, tiene al collo una pietra blu, molto particolare, con delle iniziali che non leggo.
Si sistema con le mani la pietra di continuo, in modo che stia sempre al centro della camicia per renderla il più visibile possibile.
Non  trascura neanche il suo orologio, che con fare da maestro porta sempre il quadrante al centro del polso.
Gli vorrei chiedere delle iniziali, ma poi avrei dato scopo alla sua serata e di colpo perdo interesse.
Mangiamo, carne alla brace e patate al forno con delle verdure, davvero buone, faccio i complimenti alla cuoca/o e mi riverso da bere, rischio l’assenteismo, ma ne sono consapevole e me ne fotto.
La serata continua, gli esperti di bondage iniziano a legare altri amanti di bondage e tutti sono attenti a seguire quel che segue (uno/a lega con le corde uno/a).
Cristo, cosa cazzo ci faccio qui, sorrido, e mi riverso da bere.
Dopo aver appurato che non ci sia neanche un culo degno di scopata, entro nel limbo, come una mia vecchia cara amica, nel limbo si sta bene, a volte.
Cammino in un prato verso sera, la luce è calda e si respira una gran pace.
Ho con me una bottiglia di genepi, il mio genepi.
Lo agito, in modo da far rimescolare la posa al liquore.
Il grido di un falco riecheggia nella valle.
Apro la bottiglia e la porto al naso, il suo intenso profumo mi entra nei polmoni infuocando il torace, mi sento a casa.
Inclino la bottiglia e lascio cadere un po’ di liquore tra i fili d’erba.
Il primo goccio è per la terra.

domenica 22 maggio 2011

Racchiuso tra quei passi


Ricordo la luce accecante del sole riflesso sulla ghiaia bianca dei sentieri.
Il profumo delle more tra i rovi, il loro colore così scuro, nascosto tra la fitta rete di spine.
Ricordo le salite, in un alternarsi di orizzonti che cambiavano man mano durante il percorso, scoprendone di nuovi.
Salutavo la mia ombra di continuo, divertito nel vederla altissima al tramonto.
Ricordo il suono continuo dei passi, dei talloni che affondavano tra l’erba fitta,
il canto intermittente dei grilli, il soffio costante del vento.
L’acqua sgorgava dalla sorgente e si ramificava in tantissimi rivoli che irroravano la terra.
Ricordo un sorriso.
Per quante volte io rallentassi durante il percorso, rapito dallo svolgersi della vita intorno, con lo sguardo spesso immerso nel lento movimento ipnotico delle nuvole nel cielo, lui era sempre lì, a pochi passi da me, fermo ad aspettarmi, con un sorriso.
Il senso della vita era tutto lì, racchiuso tra quei passi.
Ad ogni orizzonte, ogni volta che avessi rialzato gli occhi verso il sentiero, io sapevo che lui era lì, nella stessa posizione, con il corpo verso la vetta, ma immobile con lo sguardo verso di me, ad attendermi, sempre con un sorriso.

Nero solubile


Indelebile, scivola via come gocce di catrame,
fonde le immagini condensando le emozioni.
Indifferente, come lo stato nebbioso che si posa sulle parole che non prendono forma.
Invisibile, come i pensieri che grandinano sulle pagine,
sciogliendosi nei ricordi.
Inutile,  come essere qui, adesso.
Lo stomaco non si provoca, si attende.
L’eleganza non ha peso,
la mente ha un ruolo marginale.
Indelebile, come quando ho macchiato i tuoi pensieri,
di nero solubile, tra le tue vanità.

lunedì 11 aprile 2011

Verde


Portami Verde tra i sentieri imbattuti,
sciogli di Nero i miei freddi pensieri.
Lasciami ancora tra i dorsali gelati,
cantami Nero tra i miei monti seduti.